Segreto di stato

Ultimamente è tornata (non troppo ad alta voce) alla ribalta la questione del caso Abu Omar che vede imputati alcuni ex esponenti di vertice del Sismi, quali Nicolò Pollari e Marco Mancini, insieme ad alcuni funzionari di aziende private quali Giuliano Tavaroli e l’investigatore privato Emanuele Cipriani. Marco Mancini, all’epoca dei fatti capo del controspionaggio del Sismi, aveva invocato durante gli interrogatori il segreto di Stato, adducendolo come giustificazione per la propria impossibilità a rispondere a determinate domande poste dai giudici.

Il Premier Silvio Berlusconi, nella risposta affidata al Tribunale di Milano che indaga sull’ “affaire Telecom” datata 22 dicembre 2009, ribadisce infatti che determinati argomenti non possono essere svelati in quanto «elementi riferibili alle relazioni internazionali tra servizi e agli interna corporis degli organismi informativi», il «disvelamento di informazioni di siffatta natura potrebbe da un lato minare la credibilità degli organismi informativi nei rapporti con le strutture collegate, dall’ altro pregiudicarne la capacità ed efficienza operativa, con grave nocumento per gli interessi dello Stato».

La parte, tra virgolette, divertente riguarda chi ha fornito al presidente del Consiglio le basi per tale pronunzia: difatti la riforma dei servizi segreti è stata fatta proprio dal “nemico” di Berlusconi, il Presidente Prodi, con la legge 124 del 2007, il cui articolo 41 era stato utilizzato nell’enunciazione dei principi enunciati dalla sentenza 106 del 2009 (caso Abu Omar) della Corte Costituzionale, grande cospiratore nei confronti del capo del governo a detta delle sue recenti dichiarazioni.

L’affare di Abu Omar, cittadino egiziano sequestrato a Milano nel febbraio del 2003 da agenti CIA coperti da nostri agenti del Sismi, è di per se controverso ma rientra nel novero delle relazioni a livello di intelligence che intercorrono tra USA e Italia. A dimostrazione di ciò, il governo Prodi aveva ai tempi attaccato la procura di Milano, in quanto le indagini entravano nei rapporti tra gli agenti dei due paesi. Detto questo, le posizioni e le interpretazioni possono essere differenti e i giudizi contrapposti, ma non è su ciò che volevo attirare l’attenzione: il vero problema è che porre il segreto di stato su Mancino e sui suoi rapporti con i vari Tavaroli e Cirpirani significa metterlo sul Simsi e su quel dossier privato di informazioni, raccolto tra il 2001 e il 2006, per quanto se ne sappia, su ben quattro procure della Repubblica (Milano, Torino, Roma e Palermo), su 203 giudici (47 italiani) di 12 paesi europei insieme a vari giornalisti e leader dell’allora (e odierna) opposizione.

In base a quanto dichiarato, tali informazioni, le cui finalità non possono essere rese pubbliche, erano state raccolte in ambito di salvaguardia del sistema repubblicano stesso e dunque meritevoli di essere ricoperte dal segreto. Da tali dichiarazione, una qualsiasi “minaccia alla sicurezza nazionale”, così come intesa da chi la utilizza come scudo, può autorizzare la raccolta di informazioni su privati cittadini o rappresentanti di poteri autonomi, anche attraverso canali illegali e senza doverne giustificare gli scopi. Chi poi entra in possesso di determinati dossier e cosa ne faccia non è affar nostro, anzi il pubblico italiano viene, insieme alla magistratura, invitato a disinteressarsi, troppo importanti le informazioni contenute in questi dossier.

Tale metodo investigativo, che coinvolge elementi del maggiore gestore telefonico italiano, è difeso proprio da coloro che invocano una maggiore tutela della privacy proponendo di abolire le “infami” intercettazioni telefoniche utilizzate, tra l’altro, per casi riguardanti presunti mafiosi o criminali di vario genere e titolo. Ma escluse le contraddizioni, più o meno grandi, il fatto grave è costituito dall’istituzione stessa di tali dossier, dagli obiettivi delle ricerche e dalla gestione delle informazioni: metodi molto simili venivano utilizzati dai noti KGB, STASI, Gestapo o Ovra, allo scopo di tenere in costante monitoraggio coloro che erano ritenuti sospettabili di attentare alla sicurezza dello stato, e nel caso di fermarli. In Italia, in tempi non lontani, connivenze dei nostri servizi segreti con servizi stranieri o potenti forze extraparlamentari hanno lasciato strascichi ancora visibili e ferite ancora aperte, senza contare i misteri rimasti insoluti. Il rischio della violazione di basilari principi democratici e lo scorretto utilizzo, magari non tramite violenza ma semplicemente a fini ricattatori, di informazioni può decisamente nuocere alla sicurezza dello stato molto più che presunte violazioni del segreto di stato.

One Response to “Segreto di stato”

  1. SOAD Says:
    January 11th, 2010 at 4:50 pm

    Negli Stati Uniti c’è ormai da tempo Il Freedom of Information Act che prevede l’accesso a tutti i documenti amministrativi per motivi legali. Inoltre i cittadini hanno accesso ai fascicoli dell’FBI sul proprio conto per legge. Con una rapida e non approfondita ricerca online mi sembra di capire che in Italia esiste una legge simile (dal 1990). Se così non fosse, il potere dei servizi segreti sarebbe illimitato ed al di sopra di qualsiasi istituzione. E’ una cosa semplicemente agghiacciante. La storia di Abu Omar assomiglia molto ad un’altra occasione in cui l’Italia chiude gli occhi davanti ad una violazione americana sul nostro territorio.

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